Relazione inaugurale - Giorgio Stockel

Testi istituzionali - Inaugurazione MusAA

MUSAA

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San Benedetto in Perillis - 20 novembre 2009

Giorgio Stockel

Notizie dalla stampa e dalla televisione sul terremoto del 6 aprile scorso, formavano un quadro drammatico delle condizioni umane della popolazione di una vasta area dell’Abruzzo aquilano e delle condizioni del suo patrimonio edilizio. Ottenuto lo speciale permesso necessario per accedere all’interno delle antiche mura della città dell’Aquila, ho potuto effettuare una ricognizione necessaria a rendermi conto di come e quanto il sisma avesse inciso su quel tessuto urbano che avevo documentato pubblicando “La città dell’Aquila. Il centro storico tra il 1860 ed il 1960” e pochi anni dopo “L’Aquila. La città esistente”.

In Piazza Duomo, in un ambiente urbano surreale da “The Day After”, completamente privo della popolazione e delle sue attività, mi sono ritrovato davanti un cane sdraiato per terra, solo, senza più amici, abbandonato, spaesato, suppongo con una memoria che man mano sbiadiva i ricordi di ciò che era la sua vita.

Il trasferimento forzato della popolazione e delle attività in luoghi più sicuri, dovuto in parte al terremoto, in parte alle operazioni di “soccorso”, in parte alle operazioni di “messa in sicurezza”, in parte alle future ed estremamente lente programmazioni ed attuazioni del recupero edilizio, rischia di rendere la popolazione passiva e rassegnata ad adattarsi alla nuova situazione.

Durante il periodo in cui ho svolto la mia attività di insegnamento universitario nella Facoltà di Ingegneria dell’Aquila, ebbi l’occasione di condurre due sistematiche ricerche sul tessuto urbano della città.

La prima ricerca è stata indirizzata a recuperare dagli archivi aquilani la documentazione degli interventi di ristrutturazione e sostituzione edilizia avvenuti tra il 1860, anno in cui la città conobbe le prime trasformazioni strutturali di adeguamento al nuovo corso amministrativo e politico dell’Unità d’Italia, ed il 1958 anno in cui all’architetto Luigi Piccinato fu affidata la redazione di un piano regolatore che comprendesse anche il territorio comunale esterno alle antiche mura. Non si trattava di scrivere la storia di cosa fosse realmente avvenuto fra il 1860 ed il 1958, quanto piuttosto di redigere una cronistoria degli eventi documentati cioè del riordino dei materiali rinvenuti, delle planimetrie, delle piante e prospetti, delle relazioni di accompagnamento ai progetti presentati per le approvazioni amministrative e dei documenti politici elaborati dalle diverse amministrazioni comunali. I risultati della ricerca furono pubblicati nel 1981. Circa 1.200 delle riprese fotografiche effettuate dei documenti trovati negli archivi comunali sono state donate all’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione del Ministero dei Beni Culturali; le stampe fotografiche di quei documenti utilizzate per la stampa del volume e le fotocopie delle relazioni e dei documenti scritti rinvenuti negli archivi, sono state depositate presso il Dipartimento di Architettura e Urbanistica della Facoltà di Ingegneria dell’Aquila, dipartimento presso il quale era stata condotta la ricerca.

La seconda occasione ebbe lo scopo di rappresentare quello che si poteva vedere ed osservare nel vivere la città. Nel 1982 è stato eseguito un sistematico rilievo fotografico della città, una minuziosa rappresentazione del tessuto urbano sia delle sue parti aventi un notevole valore ambientale ed architettonico, sia di quelle parti urbane nelle quali una sconsiderata attività edilizia ne aveva deturpato quei valori. La struttura del lavoro era consistita: nel presentare sinteticamente le caratteristiche del paesaggio della conca aquilana con gli sparsi insediamenti abitati; nel percorrere gli antichi e novecenteschi assi stradali che hanno strutturato il tessuto edificato; nel documentare le diverse parti edificate nei “locali”, territori attribuiti ai centri abitati che parteciparono alla fondazione della città; nel documentare le attività svolte negli spazi urbani; nel documentare le espansioni edilizie avvenute fino al 1982. Il risultato fu pubblicato nel 1989. Del materiale risultato dalla ricerca, circa 2.500 negativi delle riprese fotografiche eseguite sono stati donati all’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione del Ministero dei Beni Culturali. La seconda ricerca, più rivolta ai non addetti ai lavori, era indirizzata a produrre una rappresentazione, comprensibile ai non addetti ai lavori, della città che non fosse affidata a testi scritti quanto esclusivamente a immagini fotografiche che costruissero mappe mentali della forma della città affidata a contenuti visibili.

I due studi, quello che si era occupato di riordinare gli atti che hanno determinato il trasformarsi del tessuto urbano fra due date significative e quello che si era occupato del documentare l’apparire dell’ambiente vivibile in un breve arco di tempo, volevano essere un contributo per rappresentare la memoria urbana in forma di quelle tracce visibili che hanno formato la cultura urbana e che definiscono il vivere presente e consentono di progettare il futuro.

Rivedendo L’Aquila nelle condizioni in cui ora si trova dopo il terremoto del 6 aprile, i due lavori hanno acquistato un significato nuovo, diverso da quello che ne avevano all’atto della loro progettazione e della formulazione delle ipotesi di base. Alla luce di quanto drammaticamente accaduto di recente è emerso una chiave di lettura di quei documenti come testimonianza di cosa sia o non sia avvenuto per recuperare l’edilizia danneggiata dal terremoto del 13 gennaio 1915. La lettura delle due ricerche consente di comprendere le ragioni per le quali la città dell’Aquila non sia stata più la stessa a partire da quell’evento.

Poche sono state le trasformazioni che la città dell’Aquila ha subito tra il 1860, data in cui la città entra a far parte di una nuova organizzazione territoriale voluta dal governo sabaudo, ed il 1915 data in cui la città viene devastata dal terremoto del 13 gennaio. La crescita edilizia urbana a partire dal 1752, anno in cui Carlo Franchi la documenta in una planimetria allegata al volume “Difesa per la fedelissima città dell’Aquila” è quasi nulla fino al 1931 quando l’Ufficio Tecnico del Comune dell’Aquila presenta un Piano Regolatore.

Gli interventi documentati dalla ricerca tra il 1860 ed il 1958 sono complessivamente 310 di cui: 4 nel periodo compreso tra il 1860 ed il 1915; 29 tra il 1915 ed il 1031; 104 tra il 1931 ed il 1945 ;172 tra il 1945 ed il 1958.

Nella pubblicazione del 1981, il materiale rinvenuto nel corso della ricerca fu organizzato in tre parti: la prima riguarda la formazione degli strumenti urbanistici dei quali si è dotata l’Amministrazione Comunale; la seconda prende in considerazione le ristrutturazioni viarie ed il tracciati stradali di nuovo progetto; la terza parte descrive piani particolareggiati, lottizzazioni ed interventi di singole unità immobiliari.

Il materiale documentario ritrovato deve però essere reinterpretato diversamente. La città dell’Aquila è uscita dal terremoto del 1915 profondamente trasformata senza troppo rispetto per i suoi precedenti valori ambientali, architettonici, sociali e culturali. La ricerca compiuta non ha rinvenuto negli archivi comunali alcuna traccia delle operazioni compiute per il recupero urbano dagli eventi sismici di quell’anno, nessun progetto redatto e presentato all’Amministrazione comunale per il recupero di edifici danneggiati, solo progetti di nuovi interventi urbanistici nelle aree non ancora edificate, progetti per la trasformazione o sostituzione di edifici preesistenti, nuove costruzioni.

L’intervento comunale dalla data del terremoto del 1915 è consistito nella redazione di una serie di strumenti urbanistici in forma di continue varianti al piano regolatore, nessuna delle quali riesce a mettere ordine ad una espansione urbana determinata solo dalla rendita fondiaria. Nel gennaio del 1916 Cesare Rivera presenta alla Municipalità la proposta contenuta in “La sistemazione edilizia”: si tratta più che altro di un piano della viabilità. Nel 1916 l’ingegnere Giulio Tian viene incaricato della redazione di un Piano Regolatore Generale che viene consegnato il 12 dicembre per la sua approvazione. A tale elaborato non faranno seguito atti amministrativi per dare attuazione al piano fino alla decisione del Podestà dell’Aquila di far predisporre a Tian una variante “per adeguarlo alle mutate esigenze”. Consegnato nel 1927 il piano verrà adottato il 13 agosto del 1927 ed approvato con Decreto Reale il 17 febbraio del 1930. Nello stesso 1930 viene messo allo studio da Vincenzo Di Nanna una variante al piano, detta Secondo Piano Tian, che sarà approvata nel 1931 dopo le modifiche Apportate dall’Ufficio Tecnico Comunale. Nel 1933 una terza variante al piano viene predisposto sempre dall’Ufficio Tecnico Comunale ed approvata nello stesso anno. Nel 1936 una quarta variante al piano viene approvata con le stesse modalità, così come la quinta variante che redatta nel 1936 viene approvata nel 1940. Nello stesso 1940 viene incaricato Oppo Cipriani Efisio della redazione, assieme ad una vasta commissione di professionisti locali, della redazione del sesto progetto di variante al piano sui cui elaborati la Commissione Comunale di Edilizia e Ornato esprime parere favorevole. Nel1958 viene incaricato l’architetto Luigi Piccinato della redazione di un piano che comprendesse l’intero territorio comunale; quattro anni dopo Luigi Piccinato, a cui l’Amministrazione comunale ha affiancato l’architetto Marco Majoli consegna gli elaborati del nuovo Piano Regolatore Generale che in definitiva risultano essere una nuova variante ad un piano mai esistito.

Una città è un complesso vivente costituito dallo stratificarsi di memorie sia significative che banali, dalle continue modificazioni ed alterazioni che i suoi abitanti eseguono per adeguarne la struttura al variare degli interessi che si generano nel tempo. E’ stato impressionante vedere l’interno dell’Aquila vuota, senza abitanti, senza attività, con già presenti i segni di questo temporaneo si spera, ma già lungo abbandono. L’emergenza di dare un immediato ricovero alla popolazione ha rotto i rapporti di vicinato, buoni o cattivi che siano stati, alcuni gruppi si sono trasferiti sotto le tende, altri sono stati ospitati da amici e parenti in zone non colpite dal terremoto, altri ancora trasferiti in alberghi della costa adriatica. E’ necessario ora riunire nuovamente i gruppi familiari, corrispondenti a insiemi di isolati urbani di dimensioni operative opportunamente individuate, affinché possano partecipare attivamente al processo di recupero edilizio.

Nel Comune dell’Aquila la parte della città che è compresa all’interno delle antiche mura ha una superficie di 162 ettari attualmente dai quali la popolazione è stata completamente evacuata. Questa parte della città è presidiata dalle forze dell’ordine che consentono l’accesso solo alle maestranze ed ai tecnici dotati di un permesso speciale. Comprensibili ragioni hanno consigliato questa decisione nella fase di emergenza per impedire azioni di sciacallaggio e per la sicurezza delle persone prive di competenze tecniche necessarie per individuare possibili cadute di materiali o crolli prevedibili. Non molto comprensibile il fatto che ancora dopo otto mesi la città sia interdetta alla popolazione ed ancora presidiata, salvo alcune parti accessibili solo per osservare.

Benché rappresenti un evento drammatico per i danni umani e materiali che ha recato alla popolazione aquilana, il terremoto del 6 aprile potrebbe rappresentare l’inizio di una rigenerazione di quel tessuto urbano, architettonico ed economico della città che i suoi cittadini hanno saputo costruire nel tempo. La ricostruzione può essere una occasione per valorizzare i suoi aspetti storici, i suoi magnifici complessi ambientali ed architettonici correggendo, ove possibile, quegli aspetti che hanno reso brutte e meno moderna alcune parti della città interna alle antiche mura. E’ necessario che la città ritorni al più presto ad essere un organismo vivente per non rischiare di perdere la memoria della sua storia sociale, economica e politica, di trovare spezzati i rapporti di vicinato per ritrovarsi in un ambiente profondamente diverso.

Una strategia che consegua una riattivazione urbana dovrebbe basarsi su direttive quali: il mantenimento con la stessa localizzazione sia della stessa popolazione che era residente in modo stabile o saltuario, sia delle attività economiche; la conservazione ed il restauro, con le stesse caratteristiche costruttive e formali di quei valori ambientali ed architettonici che esprimevano la storia civile, economica e politica della città; l’esecuzione di appropriati interventi di recupero edilizio che derivino da una corretta diagnosi delle “malattie” degli edifici causate dalla loro ormai incapacità a sopportare le sollecitazioni per cui erano stati progettati.

All’interno delle antiche mura, edifici anche di modesto o nullo valore architettonico caratterizzano nel loro insieme quell’ambiente urbano aquilano che si è formato con interventi edilizi rispettosi del loro intorno e delle tecnologie costruttive locali. Tutto questo deve essere conservato con operazioni di recupero gli edifici dissestati dal sisma eseguite nel rispetto dei metodi costruttivi locali anche se con miglioramenti tecnologici e distributivi interni. Le associazioni di categoria e le diverse amministrazioni locali dovrebbero farsi carico di favorire, privilegiare e concretamente sostenere la costituzione di cantieri scuola per istruire le imprese edili, gli operai e l’indotto in quelle tecnologie costruttive che un distorto sistema edilizio ha abbandonato reputandolo non più redditizio ed utilizzando maestranze spesso provenienti da regioni in cui i sistemi costruttivi sono di natura differente da quelli locali.

Ingegneri ed architetti educati esclusivamente da corsi universitari teorici non integrati da quelle esperienze di cantiere che consentono l’osservazione del comportamento reale delle costruzioni progettate, generalmente non sono in grado di comprendere quale sia il reale comportamento della struttura muraria nel tempo ed in particolare di quale sia il rapporto tra la scossa sismica e lo stato di salute in cui si trova un edificio, cioè in quale maniera la struttura muraria dell’edificio sia in grado di assorbire il trauma dato dalle scosse sismiche. E’ necessaria introdurre questi professionisti alla comprensione di come avvenga che un edificio si “ammali”, di come la sua struttura non sia più in grado di assolvere i compiti che gli sono stati affidati quando sono stati progettati. Ove la diagnosi del dissesto di un edificio, cioè dello stato di “malattia”, sia stata correttamente eseguita, le attuali tecnologie consentono sempre e comunque il recupero dell’edificio, quali che siano le sue condizioni. In una relazione presentata all’Aquila nel marzo del 2000, l’ingegnere Giuseppe Tosti di Perugia ha osservato che “Una struttura muore quando non è più in grado di assolvere a tutti i compiti affidategli in fase progettuale e perché una causa perturbatrice prevista o imprevedibile ne determina, in uno o più punti, il superamento del suo limite elastico, portando tutto il sistema verso fasi di sempre maggiore precarietà fino ad entrare in stato di fatiscenza”, osserva anche che “Il passaggio dalla fase elastica alla fase elastoplastica determina una migrazione delle sollecitazioni al di fuori della struttura in dissesto con conseguente notevole disordine statico e con la vanificazione del coefficiente di sicurezza. E’ quindi assolutamente necessario, per non vanificare tale coefficiente, ridare ordine e riomogeneizzare i carichi su tutte le sezioni comprese quelle malate”.

Anche se tecnicamente corretta, la soluzione dei problemi statici di ogni singola unità abitativa non può risolvere le interazioni strutturali interne ad un organismo composto da più unità abitative. I “comparti edilizi”, strumenti di attuazione diretta ed esecutiva degli interventi di recupero edilizio, se correttamente formulati in base alla legislazione vigente, avranno lo scopo di alleggerire i compiti e le responsabilità dirette dell’amministrazione comunale, trasformando i suoi compiti in operazioni di coordinamento e controllo. La redazione dei tradizionali “piani particolareggiati” quali strumenti di attuazione del recupero di un centro storico danneggiato da un terremoto è una operazione inadeguata in quanto lenta nella redazione, nell’iter di approvazione, nella rigidità di attuazione. I “Piani di Recupero” dovranno essere strumenti flessibili, in modo da seguire più efficacemente il procedere delle operazioni di recupero condotte sia con lo strumento “comparto edilizio” sia mediante “convenzioni” per il trasferimento all’esterno del centro storico di cubature da demolire. Compito dei “Piani di Recupero” dovrebbero essere anche quello del miglioramento tecnologico dei servizi puntuali e di rete.

Edifici costruiti a partire dal secondo dopoguerra presentano caratteristiche non compatibili con la struttura edilizia urbana ad essi preesistente. Ove questi edifici si trovassero in condizioni di difficile recupero dei danni provocati dal terremoto, la pubblica amministrazione dovrebbe prendere in considerazione l’ipotesi della loro demolizione, dell’acquisizione delle aree rese libere, di proporre ai proprietari una equivalente area esterna alle mura urbane inclusa in nuovi quartieri inquadrati in una corretta espansione urbana, di destinare a zona verde quelle aree che tali erano prima del terremoto del 1915.

La città è stata danneggiata gravemente dal terremoto, ora è necessario fare in modo che essa non venga ulteriormente danneggiata da interventi non appropriati, da interventi che mettano l’opera di ricostruzione nelle sole mani di “disinteressati” operatori economici e ancora peggio di tecnici e progettisti che millantando credito si spacciano per competenti nel consolidamento e nel restauro edilizio. Durante il convegno tenuto all’Aquila il 14 settembre 2009, il Vice Commissario Delegato per il Patrimonio Culturale e il Recupero dei Beni Artistici del Dipartimento Protezione Civile, che ha avuto l’incarico di provvedere alle operazioni di emergenza e di messa in sicurezza del patrimonio edilizio storico della città dell’Aquila, ha dichiarato che “la città dell’Aquila non sarà più la stessa”, che “ci vorranno ben più di dieci anni per recuperare la città storica”, che “non è parte dei suoi compiti istituzionali il recupero del tessuto connettivo” cioè quel tessuto residenziale, commerciale e terziario che non risulta incluso negli elenchi degli edifici di particolare pregio. Nel corso dello stesso convegno il Presidente della Regione ebbe a dire che, nella sua futura qualità di Commissario alla Ricostruzione, si sarebbe dovuto fare carico della ricostruzione degli edifici pubblici e della gestione dei fondi per il recupero edilizio, non solo di quello dei 49 Comuni più gravemente danneggiati ma anche, in minor misura, anche quello dei Comuni esterni al perimetro indicato dal Decreto. Ai Sindaci dei Comuni il compito di individuare gli strumenti urbanistici per il coordinamento e l’attivazione del recupero del restante tessuto urbano. E’ necessario ora impedire che operazioni non trasparenti di ristrutturazione urbana distruggano la preesistente qualità ambientale. L’Aquila deve ritornare ad essere un organismo vivente in grado di recuperare quel tessuto edilizio che è testimonianza e memoria dei valori della sua storia civile, politica ed economica.

Giorgio Stockel  



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